La pancia è mia e me la gestisco io

pancioneOk, questo post ce l’ho in bozza da quasi un mese. In realtà, ce l’avevo in canna da più di un anno, ma mi sono decisa a scriverlo qualche settimana fa. Poi l’ho lasciato a mantecare, indecisa se lo volessi servire in tavola e se fosse una sbobba indigeribile. Ma ha continuato a girarmi in testa, e nei mesi mi sono trovata più volte a parlare con amiche incinta di come la gravidanza sia un argomento privato che diventa pubblico indipendentemente dal desiderio della panciuta protagonista, così come certe persone si sentono in diritto di fiondarsi con le loro mani sul pancione solo perché è bello rotondo. Quindi mi decido e lo metto in tavola. Fatene quel che volete.

Prima era un’idea vaga, un’ipotesi, una possibilità. Nel momento in cui scopri quella doppia linea sul test, vieni proiettata in un mondo parallelo che era appena al di là di una parete di vetro: ne sapevi l’esistenza, vedevi le altre donne dietro, ma non sentivi bene quello che dicevano, ti sembrava si agitassero troppo, e comunque non era un tuo problema.
Poi ci entri, un gradino alla volta, come immergendoti in acque fredde, a cui devi abituarti. Le prime settimane sono soft: lo dici a poche persone fidate, vai al consultorio e dal ginecologo, che alla prima ecografia esclama “Ehi, ma c’è qualcuno qui”, e tu ridi mentre scopri che stai piangendo per un’emozione sconosciuta, una meraviglia prodigiosa che ti sconvolge, mentre ti chiedi, “Qualcuno chi?”. Continua a leggere

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Tutto quello che c’è di bello al mondo te lo mostrerò. Tutto quel che c’è di buono al mondo te lo donerò.

Donna in nuce

bocciolorosaMancano 97 giorni al tuo arrivo, dice la statistica medica. Avessi scritto tre giorni fa avrei iniziato a cifra tonda – e mi sarebbe anche piaciuto, perché mi piacciono le cifre tonde. E invece è andata così. Almeno, inizio oggi perché è un giorno speciale, piccola mia.  E’ un giorno bistrattato, deriso e abusato, impiastrato di luoghi comuni e banalità, che ormai nausea e fa sbuffare. Eppure è un giorno importante, e in futuro lo sarà anche per te, e in futuro ti spiegherò come mai, quando capirai (ti farò una testa così, non temere – oppure sì). Oggi è un giorno che così speciale, dentro di me, non era mai stato prima.

Con il mio – sul nostro – essere donna, in questi quasi 40 anni non avevo mai convissuto e riflettuto così a fondo, ogni giorno, ogni istante, come negli ultimi 160 giorni e rotti. Ovvero da quando ho prima sospettato, e poi saputo, che eri comparsa tu.
Per ora siamo tutt’uno io e te, siamo una donna al quadrato, siamo una matrioska vivente. Un pensiero costante e pieno di meraviglia dal momento stesso in cui ho saputo da cui non è possibile distrarsi – se succede, mi riporti a te con un calcetto ben assestato.

Quando ho saputo che sei una lei mi sono scoperta costernata. Mi ci è voluto un po’ per razionalizzare il perché. “Woman is the nigger of the world” cantava John Lennon, e il mio primo pensiero è stato Poverina. E’ stato di paura per il destino di lotta costante a cui sarai destinata come ogni donna prima di noi nei secoli dei secoli amen.

Lotte per il nostro posto nel mondo, dove siamo sottostimate, sottopagate, sovrasfruttate, abusate, dove ci viene imposto cosa fare del nostro corpo e cosa c’è in esso di giusto e di sbagliato, dove ci viene insegnato che c’è solo una limitata gamma di posti stabiliti ‘da qualcun altro’ e ‘prima di noi’ a cui aspirare, che c’è un limite al nostro valore – ed è spesso dettato dal nostro apparire. Lotte interiori contro la pletora di sensi di colpa che ci vengono inculcati, ragnatele in cui ci attorcigliamo e da cui passiamo la vita a cercare di liberarci – e questo, solo quando le vediamo.

Questo e mille altri pensieri mi hanno sommerso quando ho saputo che saresti stata donna. Poi ho pensato che se tutto va bene avrò anni per insegnarti tutto quello che ho imparato dalle mie guerre e dai miei errori, per darti gli strumenti per portare avanti le tue lotte col mondo e trovare pace in quelle con te stessa, per non essere mai vittima di nessun altro né di te, per essere quanto più possibile artefice del tuo destino. Per scoprire chi sei e non permettere a nessuno di impedirtelo. “Cresciamola tosta, ok?”, ho detto a tuo padre.
E intanto (in fondo sono un’ottimista) il mondo avrà ancora qualche anno per diventare un mondo migliore, mia piccola donna in nuce.