La pancia è mia e me la gestisco io

pancioneOk, questo post ce l’ho in bozza da quasi un mese. In realtà, ce l’avevo in canna da più di un anno, ma mi sono decisa a scriverlo qualche settimana fa. Poi l’ho lasciato a mantecare, indecisa se lo volessi servire in tavola e se fosse una sbobba indigeribile. Ma ha continuato a girarmi in testa, e nei mesi mi sono trovata più volte a parlare con amiche incinta di come la gravidanza sia un argomento privato che diventa pubblico indipendentemente dal desiderio della panciuta protagonista, così come certe persone si sentono in diritto di fiondarsi con le loro mani sul pancione solo perché è bello rotondo. Quindi mi decido e lo metto in tavola. Fatene quel che volete.

Prima era un’idea vaga, un’ipotesi, una possibilità. Nel momento in cui scopri quella doppia linea sul test, vieni proiettata in un mondo parallelo che era appena al di là di una parete di vetro: ne sapevi l’esistenza, vedevi le altre donne dietro, ma non sentivi bene quello che dicevano, ti sembrava si agitassero troppo, e comunque non era un tuo problema.
Poi ci entri, un gradino alla volta, come immergendoti in acque fredde, a cui devi abituarti. Le prime settimane sono soft: lo dici a poche persone fidate, vai al consultorio e dal ginecologo, che alla prima ecografia esclama “Ehi, ma c’è qualcuno qui”, e tu ridi mentre scopri che stai piangendo per un’emozione sconosciuta, una meraviglia prodigiosa che ti sconvolge, mentre ti chiedi, “Qualcuno chi?”.

Mentre l’idea diventa scintilla e la scintilla si trasforma in fiammella, avvengono piccoli cambiamenti che noti, se li noti, solo tu. Tutti i luoghi comuni scopri che sono verità, insieme a un’altra dozzina di effetti collaterali che non immaginavi. Così, all’improvviso certi piatti che erano la norma ora ti fanno schifo solo dall’odore, mentre altri diventano la tua ossessione culinaria. Un giorno vomiti anche il pranzo di nozze di tuo cugino di dodici anni fa (“mattutine” le balle, saluti la tazza del water dall’alba a notte) e sviluppi una dipendenza da zenzero, unico alimento che tiene a bada lo stomaco. Quando il medico ti dà il via libera per Maalox, Riopan, Biochetasi e compagnia digerente ti precipiti in farmacia e te li spari come se fosse champagne. Tanto, quello che non lo puoi bere.

Mentre visualizzi con la mente le nuove cellule che in te si scindono e si moltiplicano, un giorno i tuoi jeans tirano come se avessi mangiato troppo, il giorno dopo non entrano più. All’improvviso hai sempre sonno e vivresti tra letto e divano, perché il fisico è impegnato a creare un nuovo essere che al momento è tutt’uno con te. Anche se allo specchio niente sembra diverso, il corpo cambia lento ma inesorabile, e la testa comincia a galoppare. Fai di tutto per far finta di niente, cerchi di nascondere quello che ti pare evidente (tranquilla, nessuno se ne accorge mai, ognuno è sempre troppo preso da sé). Ti fa male tutto, ossa, legamenti, muscoli, pensieri, mentre il corpo si tende come una barca a vela col vento in poppa. Euforia e panico si alternano, pianti ormonali cadono a pioggia, fantasie e paranoie sul fumoso futuro si scavalcano. Ma sei ancora in una bolla.

Poi fai l’annuncio e la bolla si rompe. E irrompono gli altri, le altre. E su tema a cui meno vorresti pensare. All’inizio sei inesperta e non sai porre limiti perché non sai quale sia il limite della tua sopportazione all’opinione altrui, perché ancora non sai quanto possa essere invasiva e invaderti. Mentre la questione è un evento distante come Betelgeuse, ti trovi nel mezzo di discussioni su come sia meglio per te partorire. Discussioni in cui la tua opinione è accessoria – e comunque non hai ancora avuto tempo di fartene una.
Qualche madre entusiasta piena di buone intenzioni ti racconta per filo e per segno ogni fase del suo parto, magari premettendo “Non farmelo raccontare” – e tu non fai in tempo a rispondere “No, ma infatti” che lei sta già mettendo in risalto le cose più trucide e granguignolesche – e non sai se quegli occhi brillano perché sono perduti nel ricordo dell’evento, o per un filo di sadismo di fronte ai tuoi occhi spalancati. Finisce che ti infili nel letto terrorizzata e scopri che anche se mancano ancora sei mesi non vuoi più partorire, e ti chiedi come chiedere al dottore Possiamo skippare quella parte, peffavore?

“Non vorrai mica fare l’epidurale?” ti chiedono con tono perentorio e il dito alzato le stakanoviste dell’esperienza pura. “E perché non fai il cesareo?” ribattono con un’alzata di sopracciglia le paria del parto programmato. Tu dici Boh cosa ne so, ne manca ancora di tempo prima che mi debba preoccupare. Ma un’idea si fa strada, e ne sarai sempre più convinta anche dopo che l’erede sarà arrivata in questo mondo: ogni donna sceglie per sé e per suo figlio quello che è meglio. Sempre se al momento buono ha la possibilità di scegliere, dato che il parto è un evento portentoso dove la natura arriva prima e con più potenza di qualsiasi piano nascita zeppo di belle idee tu possa aver scritto in triplice copia.

Sul come portare avanti la gravidanza c’è una base di buon senso imprescindibile, perché dal tuo comportamento dipende la salute del piccino in potenza.  Ma qualsiasi cosa, su se stessa e su quello che sta succedendo dentro di sé, lo sa solo chi ha la pancia in espansione, e il medico a cui si affida.
Qualunque altra persona dovrebbe evitare di giudicare. Chi non c’è passata, perché, anche se crede che basti immaginare, non ha idea. E chi c’è già passata dovrebbe ricordarsi come si sentiva: incerta, dubbiosa, paranoica, suggestionabile, spaventata dall’enormità del compito.

Perché il problema maggiore, più trasversale, più comune a tutte dell’avere un utero, è questo. Tutti, tutti, ritengono di essere in diritto di dirti cosa devi fare. Come e quando rimanere incinta. Cosa fare quando ti succede. Decidere se vuoi esserlo. Decidere come diventarlo. Ma prima, quando è un’idea, un’ipotesi, una possibilità, non è un tema che venga fuori a cena tra il dolce e il caffè, tra l’ultimo film visto e la prossima meta delle vacanze. La discussione pubblica per lo più resta relegata ai più polemici che hanno tempo e voglia di discutere sotto agli articoli sull’ultima notizia, sull’ultima legge, sulle ultime imbarazzanti campagne governative.
Invece, nel momento in cui diventi “madre in attesa”, la tua pancia in espansione diventa argomento di conversazione, magicamente la maternità dà il la ad opinioni non richieste, e senza ragione cade il tabù del farsi i cazzi propri.

Che non viene mai più ripristinato. Mai più. Dopo che hai partorito, tutto diventa discutibile e metro di giudizio per cui farti sentire una buona o una pessima madre (talvolta da altri genitori, talvolta da persone che non hanno figli, ma hanno un sacco di belle eorie su come si deve fare): se allatti o se dai il biberon, se hai il latte o se non ce l’hai, se smetti a tre mesi e un giorno o se vai avanti fino a sentirti dire che sembri Lisa Tully, se fai cosleeping tutti insieme nel lettone o se releghi il pupo nella sua camera dalla prima notte a casa, se usi i pannolini usa e getta o i lavabili, se vai di fascia o di trio, se vai di pappette o di autosvezzamento, se, se, se… ma dopo i primi tempi col pupo impari a farti scivolare di dosso la selva di opinioni, sviluppi una resistenza alle chiacchiere e il tuo anticorpo è il potentissimo Sticazzi.

E ci ripensi, a quando avevi un girino nella pancia e non ne sapevi nulla e ti dici che mai, tu mai. Finché non vedi un’amica che ti dice, “Sai, sono incinta” e tutto l’entusiasmo sale come una marea… Ecco: ricorda chi eri.

Per la cronaca: esistesse, promuoverei il Nobel alla memoria per il medico spagnolo Fidel Pagés che nel 1921 inventò l’analgesia peridurale, e farei una mozione per intitolare una via vicino all’ospedale principale di ogni città all’italiano Achille Mario Dogliotti (“chirurgo e antesignano della Scuola Italiana di Anestesiologia”, mi informa Wikipedia) che la diffuse. Ammiro chi partorisce senza nulla, chapeau, ma per quanto mi riguarda la rifarei mille volte: perché se vado dal dentista non è che non mi faccio fare l’anestesia per vivere fino in fondo l’esperienza del trapano.
Per la cronaca: alle opinioni non richieste sorrido, abbozzo e mi trattengo dal rispondere Sai chi te lo chiede tantissimo? Non puoi sapere che madre sarai, finché non lo diventi.

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5 pensieri su “La pancia è mia e me la gestisco io

  1. purtroppo c’è gente che si impiccia di tutto e si sente sempre in dovere di dirti come devi vivere, anche le stupidaggini: perché non ti tagli i capelli? perché non ti fai la frangia? perché non ti vesti così e colà?
    figurarsi con la maternità e la genitorialità, che sono argomenti ben più succosi.
    nel mio piccolo penso che una pernacchia sia una risposta buona a un sacco di intromissioni 😉
    in bocca al lupo per tutto, scocciatori compresi :*

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